Alla conquista del metaverso

di Enrico Dal Buono

Il metaverso non è (solo) un gioco da ragazzi. Nasconde insidie finanziare e normative, legate a criptovalute, brevetti e proprietà intellettuale. A spiegarlo, due avvocati esperti di questo nuovo mondo

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Un intero universo cibernetico, con cattedrali edificate in codice binario e foreste rigogliose di pixel, popolato da avatar straripanti di superpoteri, dove vige il baratto. Non è un romanzo steampunk: è il 2022.

Perché oggi il metaverso rischia di essere un Medioevo digitale, un medioverso. «Gli NFT (non-fungible tokens) sono asset digitali difficili da regolamentare, che circolano in un sistema a sua volta deregolamentato, quello delle blockchain, e che vengono acquistati tramite criptovalute.

Ma le criptovalute, da un punto di vista giuridico, non sono valute: sono beni.

gentleman magazine italia be smart alla scoperta del metaverso Loconte-30L’acquisto è quindi tecnicamente una permuta, cioè il vecchio baratto», spiega l’avvocato Stefano Loconte, fondatore e managing partner dello studio Loconte&Partners, particolarmente attento agli scenari normativi e giurisprudenziali del mondo digitalizzato.

Forse la gestione fiscale dei baratti non era più così di moda da quando ci si scambiava un pollo per uno scudo.

«Il concetto legale di prezzo è collegato alla valuta. E dunque, dato che qui una valuta non c’è, come stabilirlo, il prezzo? E come indicare la transazione in dichiarazione dei redditi? Va tassata la plusvalenza?».
Loconte spiega che l’Agenzia delle entrate, sebbene non faccia norma, sta provando a impostare una linea interpretativa di assimilazione che equipari queste pseudovalute alle valute vere e proprie. Per un inquadramento più strutturale bisognerà attendere il legislatore. Ed è sempre così, dice Stefano Loconte: l’economia anticipa il diritto. Arrivano i fenomeni, poi arriva la regolamentazione.

«Segnalo l’obbligo, dal prossimo 2 giugno, di avviare la gestione della sezione speciale del registro degli operatori in criptovalute. Tale obbligo, all’interno della più ampia normativa antiriciclaggio, stabilirà le modalità e la tempistica con cui i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale saranno tenuti a comunicare la loro operatività sul territorio nazionale e indicherà forme di cooperazione tra il ministero dell’Economia e le forze dell’ordine».

Sembra che la Cina percorra la stessa strada, ma controsenso.

gentleman magazine italia be smart alla scoperta del metaverso Balletti-3 (004)«A differenza di ciò che successe con l’internet cinese, dove prima lo Stato permise lo sviluppo di colossi come Alibaba e poi li regolamentò, nel caso del metaverso le autorità vogliono mantenere il controllo fin da subito», spiega Giacomo Balletti, da dieci anni responsabile del China desk a Shanghai per lo studio specializzato in proprietà intellettuale Franzosi Dal Negro Setti.

Ora Balletti studia come tutelare marchi e aziende nel domani virtuale. «A oggi sono stati effettuati più di 8.500 depositi presso l’ufficio marchi cinese contenenti il calco mandarino della parola “metaverso” (Yuan Yuzhou): moltissime domande sono state rifiutate. In generale il partito vede il metaverso con una certa diffidenza».

Non che non abbia le sue ragioni, il partito. Già il termine è ambiguo: è uno, il multiverso, o sono tanti?

«Io credo che sia una galassia in cui orbitano piattaforme sia centralizzate, sia decentralizzate», rcconta Giacomo Balletti. «Nelle centralizzate, come Fortnite e Roblox, non si acquista la proprietà di nulla, ma una licenza che permette di scaricare e utilizzare skin e tool solo all’interno del rispettivo videogioco».

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Mentre le piattaforme decentralizzate, come Sendbox o Blancos Block Party, non si esauriscono in videogame predefiniti. «Tu entri e puoi abitare quel mondo in libertà. Fioriscono così mercati di NFT, in cui gli utenti vendono e collezionano oggetti digitali registrati su blockchain, cioè database distribuiti e non modificabili».

Loconte immagina per il metaverso anche un possibile futuro da ipermercato.

«Nessuno sa come evolverà, ma intanto i marchi e le società stanno comprando i lotti e piantando le bandierine. Diciannove anni fa venne lanciata Second Life: un tentativo simile, finito male. Ma, anche in quel caso, la bandierina ce l’avevano messa tutti. Una cosa è certa: nel metaverso un business è verosimile».

L’NFT può essere sia un oggetto creato già all’origine come virtuale, sia la copia digitale di un oggetto fisico. «Con la proliferazione di questi token, essere presenti nel metaverso serve quindi anche per difendere il proprio marchio e prevenire contraffazioni, difficili da individuare».

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Per esempio, nella causa Hermès contro Metabirkin, racconta Balletti, la Maison francese contesta all’autore di questi NFT l’utilizzo di un marchio che contraddistingue la propria linea più popolare: la Birkin, appunto.

«L’unica differenza tra gli NFT e gli oggetti reali è che, mentre con un’azione di invalidazione di oggetti reali si può ottenere la cancellazione di un marchio registrato in malafede», spiega Balletti, «con gli NFT si può solo ottenere che il token venga inviato a un indirizzo inutilizzabile (burn address), da cui non può più essere trasferito, in quanto la blockchain non può essere modificata».

Le aziende hanno capito che i primi coloni di questo nuovo mondo sono i giocatori di videogame.

«Per i ragazzi è importante avere le skin dei marchi di tendenza: c’è una scala enorme. Centinaia di milioni di utenti, giovani e giovanissimi, comprano già oggi vestiti e strumenti per i loro avatar digitali», continua Balletti.

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«È inevitabile che i brand cerchino di sfruttare queste opportunità pubblicitarie. Burberry (qui sopra) è presente su Blancos Block con una propria collezione di NFT, Nike ha aperto Nikeland su Roblox, Adidas ha stretto una partnership con Sendbox, Moncler propone le proprie skin su Fortnite».

In questo senso, uno strumento innovativo offerto dalla blockchain è quello degli smart contract.

Vedi l’esempio di Nike. «L’azienda ha un grande mercato secondario di edizioni limitate che vengono acquistate e poi rivendute. Su questo mercato secondario, a oggi, Nike non guadagna un soldo. Ha quindi depositato un brevetto per NFT, associato uno smart contract, presso lo US Patent Office, che lega una versione digitale della scarpa a quella reale».

L’obiettivo è garantire all’acquirente l’originalità del prodotto e forse, in futuro, all’azienda una commissione sul trasferimento di questo stesso prodotto, almeno nel caso in cui il compratore desideri un certificato di originalità. «In modo speculare i marchi del lusso, notoriamente attenti a mantenere una clientela selezionata, potrebbero imporre restrizioni al trasferimento dei loro prodotti, di fatto impedendo la cessione del NFT corrispondente».

La situazione riguardo la proprietà intellettuale degli NFT non è meno complessa nell’ambito artistico.

Si chiede Balletti: «Che succede se l’artista, dopo avere venduto un’opera digitale, apporta una sola, piccola modifica e poi vende il prodotto come nuova opera sulla stessa blockchain? O ancora, se vende la stessa identica opera su un’altra blockchain? Le rispettive blockchain li riconoscerebbero come originali…».

Secondo Loconte «anche i cento pezzi numerati di una serie tridimensionale non sono identici tra loro. Allo stesso modo, cambiando un piccolo particolare, si possono vendere più NFT di una stessa opera. Ovviamente, proprio come avviene nell’arte reale, il numero delle copie impatterà sul prezzo».

Va da sé, il vero salto quantico di questo universo avverrà quando gli oggetti digitali non saranno più sfoggiabili solo su piccoli o grandi schermi, ma godibili come nella realtà tridimensionale. Vale a dire, quando i visori per la realtà virtuale circoleranno su vasta scala. «Data la strategia di Zuckerberg, che con la sua holding Meta sta puntando molto su Oculus, credo che questo futuro non sarà lontano», conclude Giacomo Balletti.

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