Coppa Davis Generazione di Fenomeni

di Fabio Disingrini

Dalla mitica Nazionale di Adriano Panatta, che vinse la Coppa Davis nel 1976 in Cile, a quella di Jannik Sinner, che l’ha vinta nel 2023 a Malaga

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Il Rinascimento del tennis italiano ha un albore: il 21 aprile 2019, quando Fabio Fognini diventa il nostro primo tennista a vincere un torneo Masters 1000 (qui sopra). Passano pochi mesi e, a New York, si fa strada fino in semifinale un modernissimo esemplare di giocatore mai visto in Italia: Matteo Berrettini, (sotto), potente di dritto, devastante col servizio. Cortese e volitivo, due anni dopo Berrettini contende la finale di Wimbledon a Djokovic e, nonostante la sconfitta, viene ricevuto al Quirinale dal presidente Mattarella con la Nazionale di calcio vincitrice degli Europei.

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Perché nessuno dei nostri, nel tempio del tennis, s’era mai spinto a tanto.

Nessuno prima di lui e del teenager Jannik Sinner che, a 18 anni, sempre nel 2019, è già fra i migliori otto del Roland Garros. Da allora, Sinner cresce in modo costante e, nel 2022, arrivano altri tre quarti di finale negli Slam. Lo frenano passato, presente e futuro: Nadal, Tsitsipas, Djokovic e Alcaraz. Ma è solo una questione di tempo. Poco, perché a fine anno brilla fra Torino e Malaga, dove in pochi giorni batte due volte Djokovic, e in Spagna trascina la Nazionale italiana a un trionfo epocale: in Coppa Davis con Lorenzo Musetti, Matteo Arnaldi, Lorenzo Sonego e Simone Bolelli, la seconda italiana da quel mitico 1976 di Adriano Panatta, campione a Roma e del Roland Garros.

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La Nazionale italiana alza la Coppa Davis: sopra, nel 2023, da sinistra, Filippo Volandri, Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Matteo Arnaldi, Lorenzo Sonego e Simone Bolelli battono l’Australia a Malaga.

Questo è l’anno in cui uno sport esclusivo diventa cultura di massa, pulsione vitale, passione collettiva.

Merito del fenomeno Sinner, diventato un’icona senza tempo a gennaio con il trionfo all’Australian Open. Della classe smisurata di Lorenzo Musetti, il preferito dai puristi e dai nostalgici di Federer per la sua bellezza e quell’irresistibile malinconia del rovescio a una mano. Dei 7 italiani in Top-100 mondiale: 5 di loro hanno meno di 23 anni e Arnaldi li ha appena compiuti.

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Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Nicola Pietrangeli (capitano non giocatore), Adriano Panatta e Tonino Zugarelli con l’insalatiera d’argento vinta a Santiago contro il Cile nel 1976.

Ma anche di Angelo Binaghi, presidente della Federazione, che ha decentrato il tennis italiano per trasformarlo in un sistema di conquista sportivo e commerciale. In un aumento di praticanti, professionisti e tornei, con un Masters 1000 al Foro Italico (6-19 maggio), le ATP Finals a Torino (10-17 novembre), 5 tornei WTA e un record di 23 challenger disputati l’anno scorso in Italia.

Crescendo «a km zero» sempre più tennisti: da Matteo Arnaldi, che dopo aver vinto 4 challenger in poco più di un anno, s’è spinto fino agli ottavi di finale nell’ultimo US Open, a Flavio Cobolli (sotto) che, quest’anno a Melbourne, ha colto i suoi primi successi negli Slam da atleta di Back to Next, start-up d’investimento nella crescita sportiva di giovani talenti.

Era l’alba rinascimentale mentre Fabio Fognini cambiava il tennis italiano da un palco principesco di terra rossa e blu cobalto. Oggi non solo un prodotto di successo, ma una scuola di pensiero spirito guida di tutto il sistema sportivo.

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