Benvenuti a Casa Cipriani Milano

di Enrico Dal Buono

Ispirato all’Harry’s Bar di Venezia, apre Casa Cipriani Milano il club cosmopolita ed eclettico per chi ama i piaceri della vita. Ospiti d’eccezione, Giulia e Anna Pittini Cipriani, quarta generazione della famiglia

gentleman casa cipriani Ernest Hemingway, Giuseppe Cipriani, and barman Ruggero Caumo with wine at Harry's Bar, Venice, Italy.
Ernest Hemingway con Giuseppe Cipriani e il barman Ruggero Caumo all’Harry’s Bar di venezia.

Ernest Hemingway ha pubblicato Addio alle armi nel 1929. Una frase di quel libro suona come il commento a un gesto compiuto da Giuseppe Cipriani, che poi avrebbe spesso ospitato lo scrittore nel proprio locale, due anni prima: «Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è dargli fiducia».

Nel 1927 Giuseppe lavorava ancora in un hotel di Venezia. Un giorno, un’anziana ospite statunitense dell’albergo partì piantando in asso e in laguna il nipote. Il ragazzo si chiamava Harry Pickering, non aveva un soldo bucato ed era amico di Giuseppe. Che quindi, per scoprire se ci si poteva fidare di lui, gli prestò 10mila lire così da permettergli di rimpatriare. Esperimento riuscito: quattro anni più tardi l’americano tornò e gliene diede indietro 40mila. Con quel gruzzolo, il trentunenne veneto aprì un locale accanto a Piazza San Marco, in un ex deposito di cordami, e lo chiamò Harry’s Bar in onore dell’amico che aveva meritato la sua fiducia.

Il libro degli ospiti del bar andrà via via riempiendosi con le firme, tra gli altri, di Orson Wells, Georges Braque, Truman Capote, Charlie Chaplin, Peggy Guggenheim, Gary Cooper, Katherine Hepburn (qui sotto, ritratti in versione fumetto).

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Il bel mondo girava il mondo, e quando passava da Venezia gravitava lì. Dove la tinta rosata della toga di un santo dipinto da Bellini colorava i bicchieri degli aperitivi, con l’omonimo cocktail a base di bianco frizzante e polpa di pesca, e le tinte rossastre del Carpaccio coloravano l’omonimo piatto di controfiletto crudo. Invenzioni di Giuseppe, che in pochi anni hanno guadagnato la fama di monumenti, se non edificati, quantomeno edibili.

Tanti baristi inventano cocktail, solo uno ha inventato un Pantone (per i pignoli: 13-1114 TCX Bellini). Le fondamenta di questa salita fino al tetto dell’universale restano piantate nell’amicizia personale. Pagine di diario diventate pagine di enciclopedia grazie alla fiducia.

Giulia e Anna Pittini Cipriani ritratte nel bar del nuovo Casa Cipriani Milano.

Dopo decine di anni e di locali aperti in giro per il pianeta, la stessa fede nell’intimità dei rapporti continua ad animare la famiglia. «In una casa non puoi solo prendere, devi anche dare», dice Giulia Pittini, quarta generazione del clan Cipriani, già account manager nell’agenzia di comunicazione del lusso PRCO, e oggi, con la sorella Anna, head of membership di Casa Cipriani, appena inaugurata a Milano.

«Per questo durante i colloqui con gli aspiranti soci la domanda per noi più importante è: perché vuoi diventare membro? Se è perché credi alla nostra comunità, allora benvenuto». Continua Anna: «Noi per prime ci abbiamo creduto. Io stessa, appena laureata in Bocconi, ho lavorato nei ristoranti Cipriani come hostess, aiuto in cucina, cassiera, in modo da conoscere questa comunità in ogni suo aspetto».

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Casa Cipriani, diretta dal general manager Clemente Attolico, si trova a palazzo Bernasconi, di un’eleganza austera, la sua terrazza dà sulle fronde delle querce e dei cedri dei giardini Montanelli. Anche la prima casa Cipriani, nata a New York da un’idea di Maggio Cipriani, figlio di Giuseppe e cugino di Anna e Giulia, ha trovato spazio l’anno scorso in un edificio storico: il Battery Maritime Building, uno degli ultimi terminal per traghetti in stile Beaux-Arts del XX secolo.

La filosofia è: meno rognone più avocado.

«Con la nostra generazione vogliamo portare lo stile Cipriani nel nuovo millennio, verso i gusti contemporanei», dice Giulia. «Mantenendo le tradizioni del nostro bisnonno che fanno provare ai nostri ospiti la gioia di sentirsi a casa: tavoli né troppo alti né troppo bassi, che lascino libero ogni gesto, il calore del legno, bicchieri pensati perché siano semplicemente comodi da impugnare».

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In una casa ci mangi, ci dormi, ci bevi, ci vivi. E così, nei quattro piani di palazzo Bernasconi, ecco il bar Arrigo, il fitness center e il beauty center, la spa (al piano interrato), dodici camere e tre suite, il ristorante, la lounge Socialista ispirata alle atmosfere cubane prerivoluzionarie. «Insomma, un posto in cui puoi passare tutte le 24 ore di una giornata», spiega Anna. «L’accesso è consentito solo ai soci e agli ospiti delle stanze che, per il periodo del soggiorno, diventano membri onorari».

Ma Milano avrà una dimensione sufficiente per un members club che non resti un salottino per le solite trecento persone? «Sì, dopo sette anni di New York, dove ho anche seguito il progetto di apertura della prima Casa Cipriani, ho trovato una città diversa, complice Brexit: aperta al mondo, cosmopolita», dice Anna. «Come primi membri ci siamo rivolti non tanto ai milanesi quanto ai nostri clienti internazionali, in particolare nordeuropei, che vivono a Milano o che magari ci transitano varie volte l’anno», spiega Giulia.

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Per ora i soci sono 600, donne per il 35%. Cresceranno fino a 1.500. L’obiettivo è quello di diversificare competenze, passioni, ambiti lavorativi di provenienza. «Non siamo monotematici come altri members club internazionali, che in certi casi impediscono l’iscrizione ai finanzieri e in altri ai creativi. Preferiamo che l’ambiente venga arricchito dalla diversità», dice Anna.

Una diversità anche anagrafica. L’età media dei soci è di quarant’anni «ma» dice Giulia, «ci è già capitato che un socio nonno, ricalcando lo stesso passaggio generazionale della nostra famiglia, regalasse la membership ai propri nipoti».

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