Christoph Grainger-Herr. Per pura passione

di Davide Passoni

Dal nuovo Manufacturing Centre alla sostenibilità, all’interazione digitale con i clienti. le idee visionarie di Christoph Grainger-Herr, ceo Iwc e architetto

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«Preferisco morire di passione che di noia», disse una volta Vincent Van Gogh. Perché la passione dà senso alla vita e la forgia. Anche quella che porta ad amare gli orologi, come sa bene Christoph Grainger-Herr, ceo Iwc, ritratto sopra con la Mercedes-Benz 330 SL, l’auto da corsa dell’Iwc Rancing Team.

«I nostri clienti sono persone che plasmano la propria vita e la propria carriera sulle passioni: non cercano la via più semplice verso il successo, ma la costruiscono su ciò che davvero li entusiasma: appassionati del lato tecnico e ingegneristico dei nostri orologi, ne apprezzano la purezza della funzionalità e del design», racconta Grainger-Herr.

Gentleman. Una lunga carriera in Iwc, 15 anni, ricoprendo diversi ruoli: quanto le è stato utile conoscere i vari settori dell’azienda una volta nominato ceo?
Christoph Grainger-Herr. Ci sono ambiti del nostro business che si evolvono in modo così dinamico che quello che si faceva nel 2007 o nel 2008 non ha molto a che vedere con quello che si fa oggi.

Ciò che davvero è stato importante per me è stato progettare il nuovo Manufacturing Centre: quando progetti una struttura dedicata all’intero processo di creazione di un orologio, devi parlare a ogni singolo elemento di questo processo e in quel momento capisci come tutti i dipartimenti dell’azienda lavorano in sinergia.

La seconda cosa utile è stata la fortuna di progettare le circa 150 boutique Iwc nel mondo: ciò significa aver conosciuto gli staff locali, incontrato i clienti, aver visitato diversi Paesi ed essere entrato in contatto con differenti culture…

Il nuovo Big Pilot’s Watch Perpetual Calendar, con cassa in acciaio e carica automatica.

G. Lei è anche architetto e interior designer: che cosa accomuna l’alta orologeria e l’architettura?
C.G-H. L’architettura non deve essere solo bella e creare un’atmosfera piacevole per le persone. Un architetto è anche un tecnico, che deve avere conoscenze in numerosi campi: dalla climatizzazione all’illuminotecnica, ai materiali da costruzione.

Creare un edificio è un processo complesso, che si concretizza in qualcosa nel quale le persone entrano e che crea un ambiente positivo nel quale vivere, lavorare, svagarsi. Il risultato finale è semplice e lineare, ma il processo che ha portato alla sua creazione è molto complesso.

È il punto principale che l’architettura condivide con l’orologeria: nell’orologio ci sono moltissimi requisiti funzionali, ergonomici e ingegneristici che entrano nel processo di design e lo rendono complesso, ma, una volta indossato, il segnatempo deve essere percepito come naturale, comodo, bello…

Il retro del Big Pilot’s Watch Perpetual Calendar.

G. Iwc è tra le manifatture che più hanno investito in sostenibilità e in corporate social responsibility. Quale valore danno al vostro marchio e al vostro business?
C.G-H. Credo che l’orologio sia uno tra i prodotti più sostenibili. Nel nostro caso è creato nel cuore dell’Europa, con materiali di origine tracciabile, da uomini e donne che operano in un ambiente lavorativo eccezionale e che contribuiscono allo sviluppo di Schaffhausen generazione dopo generazione.

Inoltre, i nostri orologi sono creati per durare: garantiamo, infatti, che possano essere revisionati e assistiti sempre. Infine, il nostro prodotto non è alimentato da energia elettrica né da batterie, ma dal movimento del polso, del corpo o delle dita, nel caso della carica manuale.

A questo aggiungiamo la certificazione etica per i metalli preziosi, che consente di tracciarne la provenienza per ogni singolo componente che con essi realizziamo. Infine, lo scorso anno, la manifattura è stata certificata tra i Best place to work in Svizzera.

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Un altro ritratto di Christoph Graingher-Herr, ceo Iwc e architetto.

G. Chi è il vero re nel mondo del lusso: il prodotto o il cliente?
C.G-H. I clienti sono sempre stati la forza motrice dell’industria del lusso. Secoli fa, il lusso, così come l’arte, erano commissionati da persone ricche a singoli artigiani: veniva così identificato come qualcosa di prezioso, raro e ben fatto, nato da una relazione strettissima tra artigiano e committente.

Negli anni 80 dello scorso secolo abbiamo perso tutto questo: quando l’idea di lusso, specialmente nella moda, è diventata un concetto di massa, con prodotti realizzati su scala industriale. La potenza del brand era diventata più importante del cliente.

Oggi, secondo me, quest’ultimo è tornato al centro della relazione con i marchi, grazie a diversi fattori: dall’interazione digitale, a partire dalla customizzazione dei processi, fino alla possibilità di dare feedback diretti ai brand ogni giorno attraverso le piattaforme virtuali, alla possibilità di raggiungere clienti in ogni parte del mondo in videoconferenza, per presentare le novità e avere riscontri immediati.

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