Kenya: Bush & Breakfast

di Enrico Dal Buono

Diario di viaggio in Kenya, nella natura e i suoi abitanti. Una savana selvaggia ma ospitale. Un itinerario pieno di suggestioni.

Fuori dall’aeroporto di Nairobi, in un campo di sterpaglie tra i magazzini di stoccaggio, pascolano le zebre. Ancora alla periferia della città, al di là delle strade senza marciapiede ai cui bordi sterrati i locali procedono in fila indiana, svettano i colli delle giraffe. A un’ora di auto verso nord si incontra il ramo orientale della Great Rift Valley: verde, fertile, ricco di sali minerali portati attraverso le piogge dai vicini vulcani.

Si superano i 2.000 metri di quota e, man mano che si sale di altitudine, si alzano anche le piante: agli arbusti si sostituiscono le forme slanciate dei pini, tra vacche pezzate. Non fosse per la terra rossa, sembrerebbero le Dolomiti.

Dopo una curva, in fondo a una larga valle, si aprono i 139 chilometri quadrati del Lago Naivasha. Lungo la strada che lo costeggia si susseguono le serre di rose, che beneficiano della combinazione tra latitudine, altitudine e abbondanza d’acqua, e che vengono concimate con trucioli di noci di cocco. Sotto i tendoni bianchi esplodono boccioli di migliaia di tinte diverse, poi esportati in Olanda, là dove non c’è più terra disponibile.

Il santuario Oserengoni

Chui Bush Dinner 01

Voltando verso l’entroterra per la strada che conduce al Chui Lodge, si superano mandrie di antilopi e impala che brucano pigramente. Il lodge è l’unico all’interno del santuario Oserengoni, che si estende per 18mila acri. Si alloggia in casette di legno con il tetto di paglia. Il letto è a baldacchino. Alle 16 viene acceso il caminetto della stanza. Infilandosi nelle coperte si incontra un piccolo corpo tiepido: è una soffice borsa dell’acqua calda. Di notte, sul tetto, si sentono tramestare i cercopitechi verdi, dalle lunghe code e dagli occhietti tondi, che sembrano indossare calze e guanti neri.

La mattina si parte per il safari a bordo di un fuoristrada.

gentleman magazine italia viaggi diario di viaggio in kenya Chui Lake Drive

I cactus di eufobia sono simili a opulenti candelabri. Per gli animali le loro foglie succulente sono tossiche; per gli umani il loro legno è troppo tenero per fabbricare oggetti. Sono opere d’arte: belle e del tutto inutili. Più in basso, prosperano argentei cespugli di canfora, sminuzzandone le foglie sembra di entrare in uno spogliatoio di calcio in inverno prima del fischio d’inizio, e ciuffi di menta selvatica: non ha odore ma, appallottolandola, un pigmento rosso impiastriccia le dita, lo stesso pigmento è usato dai Masai per decorarsi il volto.

Ecco le antilopi d’acqua, dalle lunghe corna, la cui distribuzione ricalca l’idrografia africana. Ecco le zebre, con le loro striature personalizzate come le nostre impronte digitali. Uno struzzo Masai, dalle zampe rosse, si muove come un dinosauro in ghingheri. Ora tiene le ali aperte per asciugarle nel vento dopo la pioggia. Nel terreno si aprono le grandi voragini, dalle cui arcate superiori penzolano le radici delle piante, scavate dai formichieri. Balenano le schiene argentate degli sciacalli, perfette per mimetizzarsi tra gli arbusti di canfora. Le giraffe ti osservano con le orecchie a sventola e un perenne sorriso beffardo.

Al tramonto ci si siede nella savana per riscaldarsi attorno a un fuoco balsamico di legno di canfora.

A 2.000 metri di quota le sere possono essere fresche. In sottofondo, i muggiti tellurici degli gnu. Col crepuscolo, sui rami spuntano i gufi, sentinelle del buio.
Durante la bush breakfast organizzata dal lodge in una radura, nonostante la toque blanche, così stridente rispetto i colori della natura circostante, dello chef, che frigge pancetta e strapazza uova, un dik-dik gli gironzola attorno nell’erba alta. Questo erbivoro pare un cerbiatto in miniatura, ha le zampe sottilissime e due corna a forma di turritelle.

Il lago Naivasha

Per solcare le acque del Lago Naivasha, verdastre, pescose di carpe e tilapie, si raggiunge una canoa a motore attraverso un percorso di cortecce appoggiate sul fango tra giacinti lilla. Verso Crescent Island, parte dell’antica caldera del vulcano sottostante e sede di una riserva naturale, un pellicano beccheggia annoiato, solo quando vede un pesce guizzare sotto di lui affonda il collo con uno scatto. Sulle piante acquatiche si muovono gli ibis sacri dal becco nero e sottile.

I locali pescano con lunghe canne immersi fino al busto. Vicino alla riva spuntano una dozzina di isolette color fango: sono le schiene di una famiglia di ippopotami in ammollo. Una coppia di aquile pescatrici sta appostata sui rami secchi di un’acacia semisommersa. Il maschio stride con la voce di un gabbiano tenore, la femmina gli risponde da soprano con la stessa sequenza di note.

Su Crescent Island svolazzano storni superbi dal dorso color zaffiro e dalla pancia color terra di Siena. L’aspetto chimerico degli gnu conferma un detto locale: hanno le corna da bufalo, il muso da cavalletta, il collo zebrato, il corpo da iena, la coda da cavallo. Le zebre si rotolano sul sentiero per grattare via i parassiti.

Visto che sull’isola, a parte i piccoli sciacalli, non ci sono predatori, le giraffe si lasciano quasi accarezzare, ma bisogna ricordarsi che calciano a piedi uniti in avanti, non all’indietro come i cavalli. Si impara a riconoscerne i sessi. I maschi hanno un bernoccolo tra le corna mentre le femmine, le corna, ce le hanno pelose: un dettaglio non particolarmente sexy dalla prospettiva umana.

La riserva naturale

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Il Masai Mara, riserva naturale da 320 chilometri quadrati che fa parte dello stesso ecosistema del tanzaniano Serengeti, si trova a circa cinque ore di auto. Abbassandosi di quota si abbassa anche l’altezza media delle piante, mentre salgono le temperature. Il verde cede il passo al giallo e al marrone della savana.

Le spalle delle persone cominciano a essere ricoperte dai drappi sgargianti, spesso di un rosso acceso, tipici dei Masai. Gli umani, insieme agli insetti e agli uccelli, sembrano gli unici animali orgogliosamente antimimetici, ma gli umani non hanno le ali.

Dopo Narok, l’ultima città prima della riserva, in fondo a una valle coltivata a granturco tra i Monti Mau, si gira a destra per una strada sterrata. E qui, per via del fondo irregolare, comincia per i passeggeri quello che le guide locali chiamano african massage. La vegetazione è brulla, ora gli alberi sono eccezioni solitarie, esperimenti verticali. Il cielo è immenso e le fronde appiattite delle rare acacie sembrano sopportarne il peso.

I pastori Masai conducono le mucche, marchiate da diverse cicatrici per mostrarne l’appartenenza alle rispettive mandrie, armati di un pugnale nella cintola e di una specie di clava in legno di ulivo a forma di pipa in mano: sono autorizzati a uccidere un leone solo per difesa personale. Un branco di iene sta finendo di spolpare il pasto notturno all’ombra di un albero.

Dove dormire

porini lion masai mara

La Olare Motorogi è una delle aree protette in cui è suddiviso il parco. Qui si può scegliere se dormire nel Porini Lion Camp, nell’Olare Mara Kempinski o nel Mahali Mzuri. Porini in swahili significa selvaggio e il nome del campo non mente. Tra le sue 11 tende (qui sopra) si avventurano babbuini e ippopotami, che riemergono dal vicino corso d’acqua. Dopo il tramonto, color ocra e carta da zucchero, si può uscire dall’abitazione solo accompagnati dal personale, previo segnale luminoso con la torcia elettrica.

gentleman magazine italia viaggi diario di viaggio in kenya fuoco

Per tradizione i Masai credono in due dei: uno Rosso, che significa giorno; e un Nero, che significa notte. Pregano il primo all’alba e il secondo al tramonto. Ci si può immaginare quanto fossero accalorate le preghiere al dio Nero: il tramonto qualche migliaio di anni fa doveva essere per gli umani un momento terrificante.

Ci si corica, dopo avere conversato sotto il cielo stellato attorno al fuoco e avere compreso tutta l’importanza della sua scoperta, e si ascoltano i latrati spettrali delle iene e i bassi graffiati dei leoni: la fame della savana. Quando, all’alba, si sentono cinguettare gli uccelli, si capisce che un tempo questa doveva suonare come la voce della grazia.

Mahali Mzuri 2013 JB-1545

Se al Kempinski, con il suo gusto lussuoso di epoca coloniale e con i suoi legni caldi, così intonato all’ambiente circostante, sembra di poter incrociare da un momento all’altro Henry Stanley o Ernest Hemingway, il Mahali Mzuri (sopra), di proprietà del fondatore della Virgin Richard Branson, pare l’avamposto da cui gli alieni osservino le forme di vita terrestre. Le strutture hanno un che di futuribile e spaziale, la piscina è a sfioro, le abitazioni si affacciano su un terrazzamento da cui si può osservare il brulicare della vita selvaggia là in basso.

Il safari nel Masai Mara

gentleman magazine italia viaggi diario di viaggio in kenya An aerial view of the Mara

È l’inizio della stagione delle piogge. In cielo si contano decine di sfumature di blu. La pioggia glassa i raggi solari all’orizzonte. Gli arcobaleni si curvano sulle colline dolci che circondano la savana. Nel fiume creato dalle precipitazioni attende a pelo d’acqua un coccodrillo, immobile: una pietra con 70 denti.

La terra è puntellata da pietre porose di origine vulcanica e da termitai che superano i 2 metri di statura. Gli ulivi qui sono più alti e stretti che nel bacino mediterraneo. Sull’erba brucano le zebre, i cui versi ricordano più dei latrati striduli che dei guaiti; i bufali, con gli uccellini che beccano i parassiti sulle loro schiene; e i damalischi che, con le loro chiazze di pelo bluastro sulle cosce, sono chiamati dai locali antilopi in blue jeans.

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Un avvoltoio dalle ali bianche è appollaiato tra le fronde di un’acacia e scruta l’orizzonte ruotando la testa pelata. Si allargano sparute macchie di orange-leaf croton, dalle piccole foglie ovali, la cui linfa tiene lontani gli insetti. Per questo i leoni si riparano alla loro ombra durante il giorno.

Accanto a una carcassa di gnu, quattro cuccioli, dai fianchi ancora leopardati, giocano con la madre, che li prende a zampate di velluto. Il maschio è campione olimpico di sbadigli e stiracchiamenti. I suoi occhi non sono mai del tutto serrati, sembrano restare sempre socchiusi: una minaccia sottile.

Una ventina di elefanti si accanisce su qualche alberello di acacia. Si sentono i rami spezzarsi nel silenzio, le fronde tremare. Da sotto il ventre della madre, un cucciolo allunga la proboscide ancora scoordinata.

Per il pranzo, la guida Masai posteggia il fuoristrada scappottato vicino a un’altra macchia di croton e, prima di aprire i tavoli e di servire cibo e bibite, lancia qualche sasso e qualche urlo rauco verso la boscaglia per allontanare potenziali predatori: una tecnica verosimilmente immutata da millenni.

Tre leopardi si aggirano sinuosi in una landa sterminata, là dove i leoni, più robusti ma più lenti sulle lunghe distanze, non possono attaccarli. Niente può descrivere meglio il termine «felpato» dell’andatura dei ghepardi. Le lunghe code che accarezzano l’aria, la muscolatura che danza, i grandi occhi nella piccola testa puntati verso un gruppo di zebre. Il pelo dei felini ondeggia controvento, si acquattano, pronti allo scatto decisivo.

Baloon Safari

gentleman magazine italia viaggi diario di viaggio in kenya balloon safari

Si arriva al campo da cui decollano le mongolfiere del Governors Baloon Safari prima dell’alba, quando ancora il buio è screziato soltanto dalle code bianche delle manguste e dagli occhi luccicanti delle iene. La mongolfiera può contenere fino a 16 persone. Il capitano, Sanjay, di origine indiana ma dall’accento americano, porta una camicia bianca con i gradi appuntati sulle spalline e un anello al lobo destro.

Ci si alza sopra la foresta, il cestino accarezza le fronde. A parte il fuoco di propano che scalda la nuca con vampate fragorose, là in alto tutto è silenzioso, sospeso, così strano per chi è abituato a volare accompagnato dai rombi dei motori. La mongolfiera si abbassa per avvicinarsi agli animali e si alza fino a scorgere la linea nera delle colline che segnano il confine con la Tanzania e con la notte in ritirata.

A 300 metri di quota la savana è venata di rosso, le strade sterrate e d’argento, i corsi d’acqua illuminati dalla luce dell’alba. Si tappano le orecchie. Da qui è tutto piccolo e immobile, si nota come i bufali procedano in file simili a quelle delle formiche. L’ombra della mongolfiera sull’erba è una goccia scura. Si atterra con dolcezza, quello che Sanjay chiama boring landing, nell’Eluai Plain.

Mentre si raggiunge, a bordo di una delle auto che hanno seguito il pallone dall’alto, la radura dove si tiene il bush breakfast, Sanjay dice che in tanti anni di volo nel Masai Mara ha vissuto solo un’esperienza not very boring. Sono atterrati delicatamente, come al solito, «ma a quel punto, dall’erba alta, sono emersi 20 leoni. Per fortuna non avevo ancora sgonfiato la mongolfiera e abbiamo subito ripreso quota».

gentleman magazine italia viaggi diario di viaggio in kenya Chui Lodge at night (4)
Il cielo stellato sopra il Chiu Lodge.

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