Red wine, Blue chip

di Emanuele Elli

Investire nel vino con i consigli di Gabriele Gorelli, primo Master of Wine italiano

gentleman magazine italia protagonisti Gabriele Gorelli master of wine italiano MW © ANDREA LIVERANI
@AndreaLiverani

C’è fermento nel mondo del vino. E non solo nel segreto dei tini. Intorno alle bottiglie continua a crescere, infatti, l’interesse di chi guarda alle etichette più prestigiose come a un bene rifugio su cui investire, perché capaci di premiare con ritorni economici non inferiori a quelli degli strumenti finanziari più tradizionali.

Lo sa meglio di ogni altro Gabriele Gorelli, il giovane consulente di aziende vitivinicole che, nel 2021, è diventato il primo Master of Wine italiano, superando il difficilissimo esame dell’omonimo Institute britannico ed è stato scelto come brand ambassador dal gruppo Oeno, leader nel settore degli investimenti nel fine wine.

A lui le aziende si affidano per familiarizzare con le tecniche di marketing, posizionamento o vendita, che oggi condizionano le dinamiche del mercato enologico almeno quanto la qualità in bottiglia, e, allo stesso tempo, gli investitori gli chiedono indicazioni sulla direzione verso la quale è più opportuno aprire il portafoglio.

Gentleman. In questo scenario, negli ultimi tre anni il ruolo dell’Italia è cresciuto molto. Qual è oggi l’orizzonte dei vini italiani da investimento?

Gabriele Gorelli. La pandemia ha dato ai consumatori più tempo per informarsi e per scegliere. Il mercato, di conseguenza, si è polarizzato, spingendo in alto chi ha saputo presentarsi con caratteristiche di maggior pregio.

Si beve meno, insomma, ma meglio.

In questo trend generale i vini italiani hanno guadagnato posizioni come oggetto di investimento e per molti appassionati stranieri sono una piacevole scoperta, soprattutto per il loro favorevole rapporto qualità-prezzo. Con i francesi, che hanno raggiunto cifre riservate a pochi, le eccellenze delle aziende italiane sono emerse nel mercato secondario e ora stanno consolidando la propria posizione trascinando con sé interi territori. Bolgheri è un esempio di questo fenomeno: si è guadagnata lo status di Bordeaux italiana e attira a sé consumatori e investitori attenti ed esigenti rispondendo alle loro attese con prodotti di qualità.

G. Negli investimenti, però, non esistono solo le blue chip…

G.G. In realtà come blue chip definirei solo i Bordeaux: si paga molto per entrare e, se si compra en primeur, si è al riparo da sorprese, si avranno crescite sicure. Tutto questo però a costo di impegnare cifre importanti. I Toscana Igt di Bolgheri, i cosiddetti Supertuscan, hanno brand, appeal, una piacevolezza immediata ma anche una grande capacità di invecchiamento e dunque hanno tutte le caratteristiche per guadagnare sul lungo periodo investendo però cifre meno impegnative. In Italia ci manca piuttosto un territorio prestigioso per i bianchi da invecchiamento, ma penso che la denominazione Derthona, che sta nascendo con il Timorasso, possa ambire a questo ruolo. E mi aspetto molto in termini di crescita anche dai Verdicchio e dall’Etna.

G. Quanto margine c’è per far emergere la qualità in un mercato sempre più condizionato, come altri, da marketing, comunicazione, canali di distribuzione?

G.G. Il mercato è sempre meno fedele alla qualità. I consumatori cambiano e quelli che arrivano sono più giovani e più sensibili a una comunicazione rapida, sintetica, modello TikTok. Per le aziende la sfida oggi è distillare i propri valori in una comunicazione semplice, inclusiva, accogliente, che non faccia sentire escluso nessuno di questi nuovi interlocutori. Bisogna introdurre i nuovi consumatori procedendo per livelli crescenti di difficoltà, non parlare solo agli esperti.

Pensiamo a un’espressione, pur discutibile, come «vino naturale»: risulta efficace perché allude a una categoria di valori immediatamente comprensibile, non parla solo di prodotto ma di stile di vita. Al contrario, la volontà da parte delle cantine di differenziarsi all’interno di una Doc, aggiungendo alle proprie etichette delle sottodenominazioni, risulta efficace se si vuole creare rarità da investimento, ma è difficile da comunicare sul mercato. I consumatori e gli investitori più giovani di fronte a una quantità sterminata di categorie come quelle, per esempio, di Barolo e Barbaresco, restano smarriti.

G. È più difficile consigliare un vino per un investimento sicuro o per una cena di successo?

G.G. Il secondo. Anche se, quando degusti ormai per professione, sei formato non solo a giudicare la qualità di un vino, ma a capire anche da quali palati può essere apprezzato e in quali contesti. Spesso faccio l’esempio di una cantina siciliana, Feudi Spitaleri, che produce un vino di grande valore, il Castello di Solicchiata, il primo taglio bordolese dell’isola vinificato col metodo francese, ma paradossalmente lo vende a un prezzo troppo basso intercettando perciò un consumatore che ha uno stile e delle attese diverse da quelle che offre la bottiglia. Ci sono, invece, vini di piacere che hanno attrattive più ampie rispetto ai vini di terroir e che dunque si possono consigliare con più facilità. Penso, per esempio, a un Pinot Nero del Casentino, quello del Podere della Civettaja, che ho visto apprezzare sia dalla ristretta cerchia degli esperti, sia dalla vasta platea degli appassionati.

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