Information overload. Sfidare l’onniscienza

di di Claudio Costa - Illustrazione di Chris Burke

Information overload, ovvero sovraccarico cognitivo. Nessuna civiltà ha mai goduto di tanta informazione come quella attuale. Con qualche problemino…

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Un diluvio di sapere e comunicazioni (radio, tv, giornali, libri, smartphone, computer, e-mail, social media e via internettizzando), capace di trasmettere sensazioni di potere e impotenza nello stesso istante.

Esempio? Digitare su Google «information overload» e ottenere 197 milioni di risultati in appena 0,47 secondi. Decisamente troppo. Quindi non resta che esplorare a casaccio la sterminata infosfera (definizione di Luciano Floridi, docente di filosofia e etica dell’informazione a Oxford), sperando di trovare qualche angolo più illuminato e illuminante. Sempre con trappole in agguato.

Per i perditempo potrebbe essere un «rabbit hole» (omaggio ad Alice nel Paese delle Meraviglie): balzare da un link all’altro, tipo ricerca sui mammiferi e, incuriositi dai canguri, finire con le offerte di vacanze australiane. Peggio ancora la «paralysis by analysis», stallo dell’indeciso di fronte a una scelta così vasta.

O dopo la scelta, il senso di «fomo» (termine che nasce dall’acronimo fear of missing out), ossia la paura di essersi perso qualcosa. Soluzioni per sopravvivere all’information overload? Navigare a vista nell’Oceano del web, ma poi affidarsi alla bussola degli esperti, dei competenti, dei professionisti.

Per esempio, all’élite dei giornali (cartacei o digitali), che godono ancora di autorevolezza e affidabilità. Proprio come dopo aver consultato il dottor Google ci si reca da uno specialista in carne ed ossa.

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