Il nomade interiore

di Gioia Carozzi foto di Max Montingelli

Mobili ispirati al viaggio

Equilibrio. Bellezza. Il nuovo must è vivere all’aperto, in sintonia con la natura. Come racconta Frank Chou, designer della collezioni di mobili e oggetti ispirati al viaggio di Louis Vuitton.

Il designer cinese Frank Chou con la sua Signature Armchair, creata per Objects Nomade, la collezione di mobili, ispirati ai viaggi, di Louis Vuitton.

E’ un detto cinese che racchiude il concetto di trovarsi fisicamente, intellettualmente e spiritualmente nel posto giusto, nel momento giusto, con le persone giuste. Tiaˉnshì-dìlì-rén-hé. Pare richieda grande forza, rispetto, saggezza, equilibrio e, soprattutto, una particolare propensione all’ascolto. Richiede, insomma, di scoprire il nomade dentro di noi e di far sì che si senta in armonia con il mondo. Ne parla, sorridendo, Frank Chou, designer di Beijing, passeggiando nello spazio espositivo Objets Nomade di Louis Vuitton, allestito durante la scorsa edizione di Milano Design Week, all’interno del Garage Traversi. Frank è l’ultimo giovanissimo designer a entrare nel progetto Nomade, la collezione di mobili e oggetti ispirati al tema del viaggio, ormai arrivata alla sua decima edizione, creata da Louis Vuitton, in collaborazione con nomi del calibro di Fernando e Humberto Campana, Atelier Oï, Raw Edges, Marcel Wanders…

La mostra Objects Nomade di Louis Vuitton, allestita al Garage Traversi, durante l’ultima edizione del Milano Design Week.

Gentleman. Tutti pesi massimi del mondo del design, si è sentito intimidito?
Frank Chou. Sono i miti che ho studiato quando frequentavo la Beijing Forestry University, in Cina. Negli anni ci siamo conosciuti, abbiamo stretto rapporti telefonici, ci siamo anche incontrati ai grandi appuntamenti del design a Milano e a Miami. Da loro sono considerato un po’ il piccolo di casa. Ma, grazie al progetto Objects Nomade sono entrato in un flusso di energia diverso. Abbiamo aperto un dialogo guardandoci finalmente negli occhi, e ho scoperto che anche i nostri oggetti, seppur così diversi, parlano tra di loro. C’è un fil rouge che li unisce, qualcosa di universale, che ha a che fare con la forza della bellezza, con lo scorrere del tempo, con l’arte dell’ascolto. Credo che la differenza l’abbia fatta sentire di avere profondamente uno scopo comune.

Il bozzetto della Signature Armchair.

G. Anche la sua Signature Armchair & Sofa, il divano e la poltrona che ha creato per Objects Nomade, dialogano tra di loro?
F.C. Dialogano tra loro perché mi sono ispirato sia alle risaie create dall’uomo che si trovano a Yunnan, in Cina, sia al Canyon Antelope dell’Arizona che è l’opera del più grande designer del mondo: la natura. Ma non solo, potrei spingermi a un livello superiore, perché i miei oggetti, ma in realtà tutte le opere d’arte, sono anche un dialogo tra chi crea e chi guarda. Senza lo spettatore il lavoro è fatto a metà. Credo che lo stesso si possa dire anche per i giornali.

La Signature Armchair (disponibile anche nella versione bianca, per interni).

G. Quali sono i suoi artisti di riferimento?
F.C. Marcel Duchamp e I.M. Pei. Un artista francese e un architetto cinese. Anche qui, sembrerebbero lontani anni luce tra loro. Ma entrambi hanno cambiato il modo di vedere l’arte, anticipato i tempi, scombinato le carte. Le loro opere sono espressioni filosofiche, denunce politiche, smuovono lo spettatore, lo costringono a interrogarsi. Credo che l’arte ci debba aiutare ad aprire un dialogo con il nomade che è dentro ognuno di noi.

G. Che cosa vuol dire oggi essere un designer responsabile?
F.C. Per prima cosa dobbiamo capire che cosa voglia dire la parola design. Non è un semplice prodotto ma pura filosofia. È uno strumento che viene in aiuto dell’umanità, che porta bellezza, che risolve problemi. Questo significa che gli oggetti devono essere pensati perché il design, oggi più che mai, ha una grande responsabilità. Deve creare per un futuro migliore e stare bene attento a non lasciare il caos dietro di sé.

Il designer responsabile è quello che pensa a tutta la filiera coinvolta nella sua creazione e non può esulare dall’impatto che avrà sulla natura, come non può limitarsi a pensare al puro profitto. Viviamo in un mondo pieno di incertezze e noi, creatori di bellezza nel senso più profondo e universale di questa parola, dobbiamo veramente rimboccarci le maniche, metterci in ascolto, soprattutto di chi la pensa diversamente. In realtà, penso che tutti dovremmo diventare designer di noi stessi.

La mostra Objects Nomade di Louis Vuitton, allestita al Garage Traversi, durante l’ultima edizione del Milano Design Week.

G. Lei parla spesso anche dell’importanza delle ombre…
F.C. Bisogna imparare a domandarci quale ombra stiamo creando con il nostro corpo. Nonostante l’arte e la filosofia ci abbiamo insegnato altro, oggi non diamo abbastanza importanza alle ombre. Anche quando creo, la prima domanda che mi pongo è: quale sarà la sua ombra? Ogni oggetto ne avrà una diversa, che cambierà secondo la giornata, la nottata: bisogna tornare a rivalutare le nostre ombre.

G. Per la prima volta, grazie a lei, Objects Nomade di Louis Vuitton ha presentato un mobile da esterno. Significa che vivremo sempre più all’aperto?
F.C. C’è sicuramente questa voglia di contatto con la natura, di utilizzare gli spazi aperti, di vivere alla nomade, appunto. Le Signature Armchair & Sofa sono stati i primi pensati specificatamente per l’outdoor, seppur esista anche nella versione indoor. Vede, il brand Objects Nomade è giovane, ha solamente dieci anni, aspira a diventare un lifestyle a 360 gradi, ma Louis Vuitton sa bene il valore del tempo, tutto deve essere fatto gradualmente. Tutto deve essere fatto con Tiaˉnshì-dìlì-rén-hé.

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