Siesta cum laude

di Claudio Costa – Illustrazione di Chris Burke

Gli spagnoli ne sono Andati sempre fieri. Il loro premio Nobel per la letteratura, Camilo José Cela, l’ha definita addirittura «la versione iberica dello yoga». Discendente dalla «sexta» (l’ora a metà giornata che gli antichi romani dedicavano a un breve riposo), la siesta è un pilastro della civiltà castigliana che lessicalmente ha superato l’italico pennica, l’anglosassone nap e il teutonico Nickerchen.

Insomma, il sonnellino ristoratore, non solo postprandiale, che interrompe gli affanni del lavoro e, perché no?, le inquietudini esistenziali. La sua rivalutazione managerial-scientifica ha una data precisa, il 2016, quando Arianna Huffington, cofondatrice dell’omonimo Post, pubblica il best seller The sleep revolution che sintetizza le ricerche mediche internazionali secondo cui un buon sonno è fondamentale per la salute e l’efficienza sul lavoro.

È l’inizio della «sleep fitness», moda dilagante fra i techies che ne fanno un nuovo status symbol. Google dispone nei suoi uffici di una specie di piccole capsule spaziali per il riposino dei dipendenti, Nasa e Samsung si limitano a poltroncine letto. Insomma, la piccola siesta lavorativa (non oltre mezz’ora, meglio un paio da 15 minuti) diventa il necessario complemento delle ore di riposo notturno. Non solo: può funzionare come trucco per ricaricare le energie creative indebolite dallo stress. Come? Ricorrendo volutamente e coscientemente al denial nap, ovvero al sonnellino negazione-rimozione (transitorie, ovviamente) del compito da svolgere. Ovvero staccare proprio nel momento del maggiore assillo, spegnere la realtà per poi guardarla in una luce diversa: qualcosa tra lo yoga iberico di Cela e il buon vecchio «reculer pour mieux sauter». E proprio dalla Francia arriva la recentissima benedizione del neurobiologo Brice Faraut dell’Università Descartes Sorbonne: «Il cosiddetto riposino, specialmente dopo una notte in cui si è dormito poco e male, ripristina i marcatori biologici dell’apparato endocrinologico e immunitario a livelli normali». Di questi tempi basterebbe quell’aggettivo, «immunitario», per farne un must…

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