Sostenibilità e bellezza: Alessandro Gassman

di Gioia Carozzi - Foto Andrea Varani

L’attore e regista racconta il suo impegno per un mondo migliore, l’amore per il territorio e per la cultura italiana, e le sue passioni: il cinema, la letteratura, la musica e la scultura…

L’attore e regista Alessandro Gassman, 56 anni, indossa un look di Giorgio Armani.

Capita che il tempo cambi le persone. Che le renda più gentili, profonde, tranquille. L’ultima volta Gentleman aveva incontrato Alessandro Gassman otto anni fa. Era scoppiettante, incontenibile, con un’energia che, a stento, riusciva a essere trattenuta in quel suo metro e novantadue centimetri. Lo abbiamo ritrovato in Maremma, dove l’attore si era trasferito durante il lockdown con la moglie, Sabrina Knaflitz, e il figlio-pop-star, Leo. Ad accoglierci è stato un Gassman sempre in forma smagliante, sorridente, sereno, piacevolmente mattacchione. Capace di ricordare con amore e nostalgia la scomparsa del padre Vittorio (29 giugno, 2000); come di rallegrarsi fino a farsi brillare gli occhi parlando della carriera del figlio, promessa della musica italiana. «Sono stato fortunato perché ho vissuto questa curiosa e drammatica grande pausa in maniera privilegiata, in famiglia. Ma decine di migliaia di lavoratori del cinema e della televisione hanno passato un brutto momento. Ho potuto anche permettermi il lusso di non fare nulla. Ma penso a tutte quelle persone per le quali non è stato così», dice Alessandro, ricordando che, il giorno prima del lockdown aveva dovuto interrompere le riprese di I bastardi di Pizzofalcone, serial di Rai1 che ha riscosso un enorme successo. Come, del resto, anche Non ci resta che il crimine, andato in onda lo scorso dicembre, sempre su Rai1. Oggi sta ultimando anche le riprese della fiction Un professore, coprodotta da Rai Fiction e Banijay Studios Italy; mentre è tornato come regista ne Il grande silenzio, tratto dalla pièce teatrale di Maurizio De Giovanni, già portato in teatro da Gassman qualche anno fa. In questa intervista ha voluto fare il punto su due temi a lui molto cari: la sostenibilità e la rivincita della bellezza italiana.

Alessandro Gassman, figlio degli attori Vittorio Gassman e Juliette Mayniel, in Giorgio Armani.

Gentleman. Iniziamo dalla sostenibilità: quanto è green Gassman nel quotidiano?
Alessandro Gassman. Faccio una raccolta differenziata rigorosa. In Toscana sono molto avanti, a Roma è più difficile. Lì percorro 500 metri due volte alla settimana, carico di sacchetti differenziati, per consegnarli direttamente ai netturbini che ormai mi conoscono. Consegnarla a mano è l’unico modo per farla bene. Poi possiedo una macchina ibrida. Avrei voluto una elettrica ma a Roma non ho un garage, le ricariche sono rarissime, e quando si trovano, sono occupate dalle macchine parcheggiate.
G. L’approccio green si riflette anche sul cibo?
A.G. Ho quasi totalmente eliminato la carne. Mangio più frutta. E cerco là dove possibile di comprare biologico. Mi auguro che scendano i prezzi: mangiare sano dovrebbe essere più democratico.
G. Una generazione come quella di suo figlio Leo è più sensibile al discorso della sostenibilità?
A.G. Dipende molto dai genitori. In casa sono sempre stato un tormento su questi argomenti. Noto che mio figlio adesso lo è più di me. Ma molti ragazzi sembrano fregarsene, come del resto forse avrei fatto io a 18 anni.
G. E l’Italia sta andando nella giusta direzione?
A.G. Non abbastanza. Nel mio piccolo ho lanciato il movimento #Green Heroes, con gli esperti del Kyoto Club di Roma (organizzazione no-profit, impegnata nella riduzione delle emissioni di gas serra, ndr). Insieme siamo andati alla ricerca di realtà italiane che investono nella Green economy con successo. Ne parlo ogni venerdì attraverso il mio account Twitter.
G. Quante ne avete trovate?
A.G. Tantissime. Come sempre, nell’apparente disorganizzazione nostrana, si trovano gli eroi. Anche questa è la nostra bellezza. Faccio un esempio: un po’ di tempo fa ho scoperto che Misura, colosso di cibi dietetici, eliminerà dai supermercati qualcosa come 52 tonnellate di plastica. Hanno cambiato tutto il packaging, sostituendolo con l’eco-plastica che si può mettere nell’umido. L’hanno fatto in collaborazione con Novamont, azienda capitanata da Catia Bastioli, che per prima in Italia ha portato avanti il discorso delle bioplastiche e dei bioprodotti, pensando a un modello di bioeconomia circolare.

Camicia in seta e occhiali da sole, entrambi di Giorgio Armani.

G. Passiamo alla bellezza e al rilancio del Paese dopo questa grande pausa… Prendendo spunto dal Manifesto delle sette arti, scritto dal letterato Ricciotto Canudo, nel 1921, per ogni arte, lei ci racconta un pezzo d’Italia. La prima delle sette arti di Canudo è l’architettura.
A.G. In Italia abbiamo avuto e abbiamo ancora tutto. Noi siamo la bellezza che, a ondate, ha guidato la cultura nel mondo. Ho vissuto due anni della mia gioventù a Firenze per studiare nella scuola di recitazione di mio padre (La Bottega Teatrale di Firenze, fondata da Vittorio Gassman nel 1979, ndr). Abitavo in piazza Santo Spirito e passavo dagli Uffizi. La forma di quel palazzo, con quella prospettiva che va verso l’Arno, è di una bellezza insuperabile. È una struttura architettonica enorme ma non pesante, alta ma leggera. Penso anche al Teatro Valle di Roma, il più antico teatro moderno della Capitale. Dobbiamo ricordarci che il teatro all’italiana divenne il modello ideale dell’architettura teatrale internazionale. È uno spettacolare esempio di made in Italy. Poi ce l’ha copiato il mondo.

Il Teatri Valle, a Roma.

G. Seconda arte, la scultura.
A.G. Mio padre era molto amico di Mario Ceroli. Più che uno scultore sembrava un artigiano. L’Italia ha sempre brillato per le cose semplici. La nostra cucina è semplice, come la nostra lingua che tutti pensano sia difficile ma che, in realtà avendo pochi suoni, non lo è. Anche se l’emozione scultorea più forte l’ho avuta quando mi è apparso Il Cristo velato, di Giuseppe Sanmartino, nella cappella di Sansevero, a Napoli, città che mi ha dato anche la Cittadinanza onoraria della quale sono molto orgoglioso.

Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino.

G. Terza arte, la pittura.
A.G. Piero della Francesca. L’ho studiato tanto, affascinato anche dall’innovazione che ha portato nella pittura dell’epoca. Dipingeva i colori a strati. Raggiungeva la perfezione e la pace nei suoi volti femminili. Poi stupisce quell’apparente staticità che cessa di essere tale se appena lo sguardo si sofferma di più.

Storie della Vera Croce, affresco di Piero della Francesca.

G. Quarta, la musica.
A.G. Ce l’ho in casa il musicista, mio figlio. E il ragazzo ha cantato nove ore al giorno anche durante tutto il lockdown. Certo che tifo per Leo però, in questo caso, vorrei portare avanti il cantautorato italiano: Fabrizio De André e Paolo Conte. Un ligure e un piemontese, diversi ma complementari. Entrambi poeti, Conte ha la voce sporca di sigaro e di vino rosso, De André ha una voce profonda e pulita, quasi un violoncello, il mio strumento preferito.

Fabrizio De André.

G. Quinta, la letteratura.
A.G. In questo momento storico, Pier Paolo Pasolini. Un rivoluzionario, un coraggioso, sempre controcorrente. Il primo spettacolo che ho fatto in teatro con mio padre è stato Affabulazione, testo che all’inizio odiavo perché non lo capivo. Pasolini aveva la capacità di analizzare così in profondità le qualità e i difetti di questo Paese. Leggerlo oggi significa capire quello che eravamo, chi siamo, ma soprattutto quello che potremmo diventare.

Locandina di Affabulazione, scritto da Pier Paolo Pasolini, interpretato da Vittorio Gassman.

G. Sesta, la danza.
A.G. Ammiro la straordinaria perfezione di Roberto Bolle. Ma c’è un rituale particolare che mi ha sempre affascinato, quello dei Mamuthones sardi. Le sue origini risalgono all’epoca precristiana e nasce come danza per allontanare gli spiriti del male.

Un particolare del Carnevale danzante dei Mamuthones, in Sardegna. 

G. Non per metterle ansia Gassman, ma siamo arrivati all’ultima arte, la settima, il cinema…
A.G. Vado verso l’epoca di mio padre, il momento d’oro del cinema italiano. Prima con il Neorealismo, poi con la Commedia e, infine, con gli Autori, gli Antonioni, i Bertolucci. Però la Commedia italiana è stata utile. Era amata da tutti, portava soldi, ma faceva anche riflettere. Parlo di quella di Monicelli, di Risi, di Scola. Però se vado a ricercare la grandezza, ecco quella la trovo nei film di Vittorio De Sica. Voglio citarne uno in particolare, perché vorrei che lo vedessero attentamente le nuove generazioni. È Miracolo a Milano, il film che mi ha fatto capire quanto il cinema, soprattutto quello italiano, possa essere immenso. Parla della vittoria della gentilezza sull’egoismo umano. Io ambisco ad arrivare alla gentilezza di quel film, vorrei che lo facessero tutti. Forse è un’utopia. Ma ci spero.

Il regista Vittorio De Sica (in piedi), sul set del film Miracolo a Milano.

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