Hamilton ai Nastri d’Argento 2023

di Davide Passoni

Il brand ha premiato con l’Hamilton Behind the Camera Award Colapesce e Di Martino, per la colonna sonora e la sceneggiatura del loro primo film. L’intervista ai due artisti

gentleman protagonisti hamilton colapesce di martino

Se c’è un marchio di orologeria che, alla voce sinonimi, ha la parola cinema, quello è Hamilton. Fin dalla prima comparsa di un orologio del brand nel film Shanghai Express del 1932, Hollywood ha dato vita a una collaborazione continua e proficua con Hamilton, che ha portato i segnatempo in oltre 500 pellicole.

L’impegno del brand verso la settima arte è testimoniato anche dagli Hamilton Behind the Camera Awards, da undici edizioni il riconoscimento che sigla a Hollywood l’evento in cui si premiano gli artisti e le figure professionali che hanno lasciato il segno nell’industria del cinema durante l’anno. Persone il cui lavoro creativo si svolge dietro le quinte, dalla sceneggiatura agli altri compiti spesso invisibili di chi vive il set senza essere davanti alla telecamera.

Hamilton Behind the Camera Award e i Nastri d’Argento

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In Italia, gli Hamilton Behind the Camera Awards sono associati dal 2013 ai Nastri d’Argento, i premi che dal 1946 il sindacato dei giornalisti cinematografici italiani riserva ai protagonisti del grande schermo di casa nostra. La cerimonia di premiazione dei Nastri si è svolta al MAXXI di Roma lo scorso 20 giugno e l’Hamilton Behind the Camera Awards ha riservato quest’anno una sorpresa.

Il premio è andato infatti ai musicisti Colapesce e Dimartino per il loro debutto cinematografico: il film La primavera della mia vita. Prima ancora di esserne il protagonista, il duo ha composto l’originale colonna sonora e lavorato alla sceneggiatura, sotto la regia di Zavvo Nicolosi. Il risultato è un road movie ambientato in una Sicilia inedita. Gli artisti hanno ricevuto anche il Nastro d’Argento per la migliore colonna sonora.

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Al polso degli artisti, durante la premiazione, il brand manager di Hamilton Italia Andreas Albeck (qui sopra con i cantanti),  ha messo, nemmeno a dirlo, un orologio dal forte legame con il cinema: il Khaki Field Murph, nato nel 2019 come protagonista del film Interstellar.

Gentleman ha avuto l’opportunità di incontrare e di intervistare Colapesce e Di Martino.


Gentleman. Primo film e primi premi: che sensazioni avete?

Colapesce. Non ce l’aspettavamo, anche perché c’è gente con molta più esperienza di noi nel cinema. Ma abbiamo messo tantissimo cuore sia nella colonna sonora, sia nella scrittura del film.

Di Martino. È stato un atto di libertà, ci siamo sentiti molto liberi nello scrivere la colonna sonora dove abbiamo messo madrigale, pezzi funky, una canzone con Madame… Abbiamo mischiato l’alto e il basso, il sacro e il profano. Ci siamo divertiti, abbamo lavorato come negli anni 70, unendo brani strumentali a pezzi cantati. Lavoravamo sulle immagini, suonando con il film che ci scorreva davanti.

Gentleman. Voi dite spesso che il vostro rapporto è basato sulla sfiducia. Allora, come avete fatto a creare un film così ben strutturato?

Colapesce/Di Martino. Perché non c’è fiducia ma c’è una grande stima, artistica e umana.

Gentleman. Musica e cinema hanno in comune il rispetto dei tempi: è stato difficile per voi trovare i tempi giusti anche sullo schermo?

Di Martino. In realtà fare cinema comporta una organizzazione quasi militare dei tempi e delle scadenze, perché se sbagli una giornata di lavoro fai perdere anche soldi alla produzione. Invece la musica non ha tutto questo rigore.

Colapesce. Alla fine ci siamo comunque scoperti bravi a gestire i tempi anche sul set.

Gentleman.  Perché un film proprio ora?

Colapesce. Era un sogno che avevamo fin da bambini, ma sapevamo che è più complesso gestire la produzione di una pellicola che quella di un album, da solo non ce la puoi fare. Anche se solo da pochi anni siamo conosciuti dal grande pubblico, suoniamo insieme da vent’anni e l’idea di cambiare ambiente ci ha dato una libertà che ci ha aiutati a superare anche un momento di stallo creativo nella musica.

Di Martino. Quando abbiamo prodotto il primo disco insieme, Immortali, era il 2020, in pieno Covid, e abbiamo dovuto promuoverlo in un modo alternativo. Così abbiamo creato un cortometraggio a supporto, inframezzato da discussioni filosofiche tra di noi, molto surreali, in una Sicilia sempre diversa. Abbiamo visto che ha funzionato: la gente ascoltava una nostra canzone perché poi voleva ascoltare la discussione che la seguiva. Era un nuovo linguaggio che dava più senso ai brani; anche se ormai siamo nel mainstream del pop, abbiamo un’anima cantautorale che continua a contraddistinguerci e le nostre canzoni hanno sempre più livelli di lettura.

Gentleman. Non è che, visto che sta andando così bene, vi viene voglia di farne un altro?

Colapesce. Ci piacerebbe, se la produzione ci supporta perché no? Abbiamo tante idee, anche se per ora stiamo scrivendo il nuovo disco e partiremo in tour a novembre, per cui siamo dedicati del tutto alla musica.

Gentleman. Che Sicilia avete voluto raccontare nel film?

Colapesce. Una Sicilia inusuale, che esce dagli stereotipi del cinema, nei quali c’è solo la mafia da una parte, oppure la cartolina dall’altra. Abbiamo cervato di raccontare la Sicilia di mezzo, che è quella vera.

Di Martino. Che poi è quella che abbiamo conosciuto e dove abbiamo creato gran parte della nostra carriera. Io sono della provincia di Palermo, lui di quella di Siracusa, paesi a 400 km di distanza ma nei quali accadevano le stesse identiche cose. Una serie di stereotipi che abbiamo messo anche nel film: in questo senso la Sicilia è magica.

Gentleman. Che rapporto avete con il tempo?

Di Martino. Mi sono accorto che esiste quando ho compiuto 40 anni e quando è nata mia figlia. Ma ho un buon rapporto con lui, soprattutto se lo impiegao a scrivere a creare.

Colapesce. Io ne sono un po’ ossessionato, invece. Forse perché ancora figli non ne ho.

Gentleman. Che tipo di film avete nel cuore?

Colapesce. Essendo nato negli anni ‘80, direi il cinema di genere. Personalmente amo l’horror italiano.

Di Martino. Amo Wim Wenders, per esempio come ha raccontato il paesaggio in Paris Texas. O anche Aki Kaurismaki, con i suoi silenzi lunghissimi e i personaggi che subiscono il destino anziché guidarlo. Come quelli del nostro film. Non essendo noi due attori, è stato anche un espediente tecnico per far recitare più gli altri che noi.

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