La vita è un sogno

di Fabio Petrone

Come i progetti dello Studio Nauta, factory dello yacht design che firma dalle barche ai megayacht, a vela e a motore, che solcano i mari di tutto il mondo. Al timone, Mario Pedol, visionario navigatore

Moonflower 72, progetto full-custom di Nauta Design, attualmente in costruzione da Wider, presenta l’innovativo concept di beach club: più piattaforme apribili per un totale di 117 mq.

Da quasi 40 anni Nauta Design è punto di riferimento nel settore della nautica del lusso. Lo studio, fondato nel 1986 dalle menti creative di Massimo Gino e Mario Pedol, inizialmente realizzava imbarcazioni a vela eleganti e innovative. Nel corso degli anni, ha sospeso la produzione in proprio e ha virato verso attività di design e intermediazione, focalizzandosi sulla progettazione di yacht a vela e a motore, offrendo anche attività di consulenza, gestione dei progetti, brokerage e charter.

Oggi, strutturata come una vera e propria factory di yacht design, Nauta crea linee esterne e/o progetti d’interni per imbarcazioni dai 30 ai 300 piedi, ma è arrivata anche a firmare gli esterni di Azzam, che, con i suoi 180 metri di lunghezza, è il più grande mega yacht privato al mondo.

Il successo internazionale dello studio milanese è certificato anche dalle numerose collaborazioni che hanno segnato la sua attività: dai modelli di serie per i cantieri più importanti alle imbarcazioni semi o full custom, sempre seguendo una visione olistica dove interni ed esterni convivono armoniosamente. Il tutto senza dimenticare la funzionalità e prestazioni ad alto livello, garantite dalla collaborazione con rinomati studi di architettura navale. Al timone di Nauta, Mario Pedol, l’uomo che riesce a realizzare i sogni di ogni armatore, come racconta a Gentleman

Mario Pedol, a sinistra, e Massimo Gino, fondatori di Nauta Yachts.

Mario Pedol. Disegniamo barche da quasi 40 anni, immaginando il loro utilizzo come se stessimo a bordo: è fondamentale calarsi completamente nel progetto per poter offrire al cliente una barca che funzioni sotto il profilo della qualità dell’esperienza. Credo che la cosa migliore sia quella di seguire la propria filosofia generale, è poi il mercato stesso a premiarti per il tuo stile senza necessariamente dover per forza inventare qualcosa di diverso.

Gentleman. Per poterlo fare, deve esserci una grande passione per il mare e per la nautica…

M.P. La passione per il mare e la navigazione è nel mio Dna. Mio nonno materno ha navigato tutta la vita, è stato direttore di macchina sui transatlantici Saturnia e Vulcania. Io sin da ragazzo ho sempre amato le barche, ho fatto molte esperienze, regate, crociere, la grande altura andando ai Caraibi con tre amici su un 37 piedi a vela.

G. Il primo passo per diventare yacht designer?

M.P. Dopo aver preso la rappresentanza di Oyster Marine per l’Italia, ho voluto approfondire l’aspetto progettuale e mi sono rimesso a studiare. In quegli anni, l’Istituto Superiore di Architettura e Design a Milano aveva istituito un corso specialistico di progettazione per la nautica da diporto, dove insegnavano professionisti di spessore come De Simoni, Ceccarelli, Vallicelli… Il gotha degli yacht designer italiani. Ho imparato molto da loro: oltre alla pura ingegneria, come l’idrostatica delle navi, ma che poco ha a che fare con le barche, c’erano lezioni tenute da professionisti del settore nautico che ci facevano lavorare su esperienze concrete, pratiche.

G. E così, subito dopo, ha disegnato la sua prima barca…

M.P. Avevo appena finito un tirocinio a New York, nello studio di Scott Kaufman, quando, con Massimo Gino, abbiamo disegnato la nostra prima imbarcazione, il Nauta 54. Era il 1986.

G. Qual è stata la vostra prima barca a motore?

M.P. Dal 1992 al 95, Bertram, brand americano di grande prestigio, cercava un nuovo designer per dare un tocco di stile Italiano agli interni della loro nuova gamma: vincemmo la gara per progettare gli interni del loro 43 piedi. Fu un grande successo, la proposta piacque molto al mercato e così ci affidarono il restyling degli interni dell’intera gamma, che hanno continuato a proporre per una decina d’anni. Fu molto interessante perché quello dei motoryacht era un mondo che ci ha sempre affascinato.

G. A distanza di quasi 40 anni, qual è il fattore chiave per realizzare uno yacht di successo?

M.P. Bisogna ragionare sul progetto con una mentalità aperta, guardando sempre in avanti. Il periodo di gestazione di un nuovo modello è sempre lungo, ci vogliono almeno un paio d’anni per vedere la barca finita: è fondamentale avere una visione di come possono evolversi le necessità e i gusti degli armatori. Per questo è importante avere un legame forte con i cantieri, con gli uffici tecnici, la parte commerciale, il marketing… È un confronto fondamentale ai fini del successo di un nuovo modello.

Gentleman Magazine Italia - Yacht Nauta Yachts AzzamGiovanniRomero105
Nauta Yachts ha disegnato gli esterni di Azzam, lo yacht più lungo del mondo con i suoi 180 metri.

G. Qual è il fil rouge che unisce il lavoro di Nauta Design nel disegnare una barca di 30 piedi e uno yacht di 180 metri?

M.P. Le scarpe! Mettersi nelle scarpe degli utenti, che siano proprietari di barche di serie o armatori di giga yacht. Come dicevo prima, bisogna calarsi completamente nella loro futura esperienza. La produzione in serie e le barche full custom sono due mondi diversi, per molti aspetti lontani, ma il principio è sempre quello: interpretare i desideri degli armatori, capire come utilizzeranno la barca, riuscire a disegnare ciò che stanno sognando. 

Il Beneteau Oceanis 46.1.

G. Sia per la vela, sia per il motore? 

M.P. Con Nauta, insieme a Massimo Gino (socio e fondatore insieme a Pedol, ndr), ho cercato di portare nel motore alcuni punti focali della vela, come l’equilibrio e la purezza degli esterni, enfatizzando la possibilità di vivere la barca all’aperto, ritornando un po’ a quelli che erano i rapporti tra scafo e sovrastruttura classici, bilanciati, che hanno caratterizzato i motoryacht di qualche decennio fa e che li rendono ancora estremamente eleganti.

G. Barche in controtendenza rispetto alla ricerca spasmodica di volumi interni che sta caratterizzando il mercato dei motoryacht, dove vediamo spesso modelli sgraziati, con proporzioni ardite.

Il Nauta Air 110, Mimì La Sardine, tre ponti più sun deck del Cantiere delle Marche.

M.P. Si sta cercando di offrire sempre più spazio interno, lo facciamo anche noi, ma non a discapito degli equilibri. La barca deve avvicinare l’armatore al mare, nei periodi in cui viene utilizzata, d’estate, viene vissuta soprattutto all’esterno e per questo vogliamo offrire spazi all’aperto che siano totalmente godibili, in continuità da poppa a prua, da dentro a fuori, proprio come accade per le barche a vela. Il pozzetto deve essere ampio, i ponti esterni funzionali. Sicuramente non utilizziamo mai il design fine a se stesso, come un esercizio di stile fatto per arricchire o caratterizzare un modello di serie piuttosto che una nave da diporto. Con le nostre barche andiamo, al contrario, verso l’essenzialità del design, la purezza di forme al di là delle mode.

G. È così che si crea l’eleganza senza tempo di una barca?

M.P.  Fare barche che restino belle per sempre è sicuramente nel nostro Dna. Per noi è una questione di approccio, di cultura nautica, di sensibilità maturata in tanti anni di mestiere come yacht designer. Ma anche prima, quando osservavamo le barche spinti solo dalla passione. 

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