Serge Brunschwig. Forma e sostanza

di Giulia Pessani

Ovvero, creatività sfrenata e produzione controllata. I team di design da una parte. Artigianalità e tecnologia dall’altra. Solo così un marchio può crescere, tenendo altissimo il livello qualitativo. Come spiega il numero uno di Fendi, Serge Brunschwig

gentleman Fendi, protagonisti Fendi Serge Brunschwig Portrait_FENDI PDCI_by Brett Lloyd_February 2021

«L’Italia, il Paese dove tutto si fa». E, per quel che riguarda la moda e gli accessori, si fa al meglio nel mondo. Non è un caso se Lvmh, il più importante gruppo del lusso al mondo, da tempo investe denaro ed energia per valorizzare il nostro tesoro nascosto, la filiera, ovvero la catena di passaggi artigianali e tecnologici che porta alla nascita di ogni singolo prodotto, simbolo di esistenza e di eccellenza dei grandi marchi che risplendono nelle vetrine di Milano, Londra, Shanghai, New York…

Esperto e appassionato sostenitore di questo delicato equilibrio, Serge Brunschwig, presidente e amministratore delegato di Fendi, ha da pochi mesi inaugurato la nuova fabbrica del marchio romano (che fa parte della galassia Lvmh, insieme con Dior, Louis Vuitton, Bulgari e molti altri).

gentleman Fendi, protagonisti Fendi Serge Brunschwig 07_FENDI Factory for leathergoods_Capannuccia,Tuscany© Andrea Ferrari

Fendi Factory, così è stato battezzato il sito produttivo, che nasce dalla trasformazione e dalla riqualificazione della storica Fornace Brunelleschi a Capannuccia, nel cuore della campagna toscana, vicino a Firenze. Architettura e paesaggio si integrano in armonia, fra le nove macchie mediterranee, i giardini pensili, i 700 ulivi piantati e le grandi vetrate che portano luce a chi lavora, per creare un luogo di ispirazione dove creare il bello circondati dal bello.

Gentleman. Che cosa rappresenta Fendi Factory?

Serge Brunschwig. Un ritorno alle origini, dove dare visibilità e centralità al saper fare. Quando penso alla storia della marca, al piccolo negozio di Adele Casagrande ed Edoardo Fendi in via del Plebiscito, a Roma, vedo anche l’atelier, la produzione sotto gli occhi di chi comprava. Questo sito produttivo, su scala diversa, ha lo stesso significato. E lo useremo come palcoscenico della qualità.

G. Guida un brand che ha una personalità fortissima, parte del polo del lusso Lvmh, che è molto attento alla singolarità di ciascuna marca. Come e perché avviene questo processo?

S.B. Ogni marchio ha una storia molto precisa, che è legata al saper fare  e alla personalità dei fondatori. La storia di Fendi è una storia di persone e di una grande famiglia allargata: raccontavo di Adele Casagrande, che sposa Edoardo Fendi, e insieme aprono un negozietto con pelletteria e pellicce. Poi ci sono le cinque sorelle ambiziose, piene di energia, innovatrici, che nel 1965 assumono Karl Lagerfeld, un tedesco di 30 anni, ai tempi sconosciuto, che fa couture a Parigi. Sono donne visionarie, forti, consapevoli di avere qualcosa di prezioso fra le mani e pronte a esplorare direzioni nuove, a prendersi dei rischi. Fendi è questo: volontà di avventura, provare delle cose nuove.

G. Il concetto di esplorazione è molto vicino al mondo del lusso…

S.B. A me piace sempre spiegare, a chi non lo conoscesse, l’origine della parola lusso. In francese pensiamo tutti a lux, luce in latino, ma non è corretto. Lusso viene da luxus, che significa sfarzo, abbondanza… Ma anche lussazione, slogatura. Quindi rappresenta una spinta a uscire dalla propria base o sede: una spinta causata da un eccesso. Significa che il lusso è fare qualcosa di nuovo, doloroso (a volte), sempre rischioso. Una rottura. Del resto, il lusso non può essere lineare: un marchio che fa le cose in modo lineare, alla fine si spegne, perde attrattiva e interesse. Nel nostro settore il domani dev’essere diverso da ieri. Ma deve saper utilizzare i saper fare di base, che possono essere arricchiti dall’esperienza e dalle nuove tecnologie.

gentleman Fendi, protagonisti Fendi Serge Brunschwig FENDI LG Factory in Capannuccia_Artisans at work_01

G. Che significa per Fendi…

S.B. Rinnovarsi e lavorare su due binari, il design e i materiali, nuovi o resi diversi dalle nuove tecnologie: chiamiamo questo aspetto master of materials. La forma è diversa dalla materia, fare ricerca su due piani è straordinario.

G. E così si torna all’importanza della fabbrica.

S.B. Sì, proprio così. Il Palazzo delle Civiltà, la nostra sede di Roma, e Roma stessa sono fonte primaria di ispirazione. Ma è a Capannuccia che si rende possibile la creatività sfrenata e dissacrante. Tant’è vero che Marco De Vincenzo, responsabile del design delle borse, viene spesso qui. Confrontarsi con le maestranze porta a trovare le soluzioni migliori e più innovative. C’è un’energia speciale.

G. Quante persone lavorano a Capannuccia?

S.B. Al momento poco meno di 400, ma l’obiettivo è arrivare a 700. Tecnologia, pulizia, rigore sono i nostri atout. Ma lavoriamo molto anche con le istituzioni, con Camera Moda e Altagamma da una parte, le scuole e le famiglie dall’altra, per far capire il valore e l’importanza dei mestieri d’arte, anche dal punto di vista dello stipendio e della qualità della vita. Ma ci vuole anche lo Stato: Francia e Germania ogni anno formano 800/900mila ragazzi con le scuole tecniche. In Italia, 15mila. E consideri che per il lusso l’Italia è il Paese dove tutto si fa. Il nostro compito è assicurarci che sia fatto al massimo della qualità, permettendo, allo stesso tempo, a ogni singola marca di crescere.

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