Il saper fare? Un valore etico

di Giulia Pessani - foto di Massimo Sestini

Un network di 500 artigiani in tutta Italia. Così Alfonso Dolce, ceo di Dolce&Gabbana, ha organizzato la continuità dei saperi manuali.

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Alfonso Dolce, ceo di Dolce&Gabbana, nella nuova sede di DG Beauty a Milano. La statua è in prestito dalla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano.

Elogio dell’imperfezione, come segno di unicità e autenticità. «Ogni mano è diversa dall’altra, dietro ogni nostra creazione c’è un artigiano. Che il prodotto poi rimanga un pezzo unico, come un capo di Alta Moda, o diventi una caffettiera Bialetti, all’origine rivela un saper fare coerente con i nostri valori di italianità e bellezza».

Alfonso Dolce, ceo del gruppo Dolce&Gabbana, dal giorno zero sempre accanto ai due stilisti, Domenico Dolce, suo fratello, e Stefano Gabbana, conosce ogni rivolo, connessione e segreto della filiera della moda, e non solo.

Grande esperienza sul campo, coltivata sin da bambino nella sartoria dei genitori a Polizzi Generosa, in Sicilia, e poi in tutti i distretti produttivi, Alfonso si è sempre adoperato con sistema, visione a lungo termine e passione per consolidare ed espandere il sogno di Domenico e Stefano, quello di una casa di moda italiana a 360 gradi.

Gentleman. Ci siete riusciti?

Alfonso Dolce. Se penso al 1985, quando abbiamo iniziato, guardo dove siamo oggi e mi proietto in avanti di dieci anni, posso rispondere di sì. Domenico e Stefano sono la guida e la luce primaria. Intorno a loro è stata costruita un’azienda che ha dato risposte concrete al pensiero creativo, un’azienda che, passo dopo passo, si è evoluta e ampliata con continue contaminazioni, per abbracciare l’italian lifestyle a tutto tondo. Per raggiungere l’obiettivo, abbiamo sempre investito in nuovi progetti, con grande amore per il marchio, dimostrando di saperci misurare con la vita reale di tutti i giorni attraverso il fare. E tutto ciò è stato possibile perché siamo partiti da zero, a tutti i livelli.

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Il bozzetto di una giacca doppiopetto.

G. Da zero a un gruppo da oltre 1,2 miliardi di fatturato. Che cosa intende per livelli?

A.D. Abbiamo cominciato con la moda femminile e maschile, poi man mano abbiamo completato tutte le categorie merceologiche del ready-to-wear, dagli accessori all’intimo, al bambino; poi ci siamo concentrati sull’eccellenza del fatto a mano con l’Alta Moda e l’Alta Sartoria, l’Alta Gioielleria e l’Alta Orologeria, coinvolgendo di volta in volta le eccellenze artigianali di ogni settore. Posso dire che oggi con noi l’esperienza d’italianità parte dal red carpet, con l’abito unico creato a mano, e arriva a esperienze semplici che fanno parte della quotidianità, come un buon bicchiere di vino, una fetta di panettone, il caffè con la moka Bialetti vestita Dolce&Gabbana, che significa profumo di tradizione e di famiglia.

G. Com’è riuscito a far convivere tutte queste anime diverse in un solo marchio?

A.D. Alla base ci sono valori autentici. Poi, di volta in volta, siamo andati a cercare nuove filiere e singole competenze artigianali, persone che hanno speso una vita in un mestiere, e da loro ci siamo fatti aiutare per trasformare le creazioni di Domenico e Stefano in prodotti per il pubblico, che fossero pezzi unici o su scala industriale. Questa esperienza è sempre coerente, fonde culture e preparazioni diverse, indipendentemente dalla lunghezza della filiera e dalle difficoltà tecniche per arrivarci. È coerente perché alla fine il momento di relazione con il cliente è unico e racconta valori d’italianità di Dolce&Gabbana. Come nella sfilata: tutte le parti si compongo in un’unica esperienza, la passerella.

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Giacca da uomo realizzata a mano dalle maestrie artigianali.

G. Contaminare la moda con altri settori della vita quotidiana è la vostra cifra distintiva. Perché?

A.D. Misurarsi con il nuovo e uscire dalla comfort zone per calarsi in nuove opportunità è la scuola della Dolce&Gabbana, di questi 38 anni in cui non ci siamo mai risparmiati in termini di energia e sfide. Non possiamo ragionare come siamo abituati, come se fossimo noi stessi un’Intelligenza artificiale che rileva le abitudini e ci ripropone ciò conosciamo. L’essere umano ha bisogno di emozioni e questo vale anche nel nostro lavoro, vietato essere ripetitivi.

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Makink of dell’lLta Gioielleria Dolce&Gabbana.

G. Quali nuovi territori esplorate?

A.D. Di recente voluto vestire il contenitore che ospita l’anima umana, cioè la Casa. Abbiamo presentato al mondo il progetto a fine agosto 2021 a Venezia e questo ci ha spinti, per esempio, a introdurre nuovi mestieri nella nostra filiera, dal vetro alla ceramica, al tessuto d’arredo, all’intarsio del legno. La Casa è un nuovo business anche in termini di organizzazione, distribuzione, vendita, nuovi mercati…

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Making of della collaborazione con Smeg.

G. Tornando agli artigiani, quanti ne coinvolge il gruppo?

A.D. Quasi 500, in tutti i settori. Siamo a Milano, qui per esempio c’è una grande tradizione di oreficeria… Con ciascuno instauriamo un rapporto di fiducia bidirezionale, ovvero di vantaggio reciproco. Il modello non è l’acquisizione, i nostri artigiani non lavorano in esclusiva. Ma li aiutiamo, per esempio, a gestire il lavoro nell’arco dell’anno, in modo che siano sempre in attività, preservando il valore artigianale, l’unicità, l’imperfezione e la differenza fra una mano e l’altra. Certamente abbiamo anche i nostri laboratori, che significano ricerca e sviluppo e studi sperimentali. Il percorso è questo: una prima fase stilistico-creativa interna, poi passiamo la lavorazione alla filiera degli artigiani esterni, con cui completiamo e implementiamo il prodotto, in una logica d’industrializzazione.

G. I giovani sono attratti da questi mestieri antichi?

A.D. Osservo, soprattutto dopo il Covid, che l’eccesso d’informazioni e offerta sui mercati crea nelle nuove generazioni il desiderio di instaurare una relazione diretta ed esperienziale con un prodotto. Poi noi attiviamo una serie di iniziative per sensibilizzare e attrarre, per esempio le Botteghe di mestiere, aule di lavoro, non didattiche, dove ragazzi appena diplomati o in tirocinio scolastico apprendono il mestiere dalle persone che coordinano il capitale umano di Dolce&Gabbana, i nostri capi-artigiani. Mediamente a fine corso viene assunto tra il 50-70% dei partecipanti, quindi una sessantina di ragazzi. Questo ci ha permesso di ringiovanire i collaboratori e creare alla base una cultura che già parla il nostro linguaggio.

Alfonso Dolce con i tappi dei due nuovi profumi appena lanciati.

G. A proposito di contaminazioni e nuovi settori, lei sta operando una rivoluzione nel Beauty e importati gruppi del lusso internazionali seguono i vostri passi. Di che cosa si tratta?

A.D. Il Beauty è la nostra nuova sfida. Profumi e make up Dolce&Gabbana ci sono già, ma la novità assoluta consiste nel passare da licenze all’internalizzazione. Una rivoluzione del modello di business, che completa il sogno di Domenico e Stefano, creare maison di moda e bellezza a 360 gradi.

G. Internalizzare, che cosa significa concretamente?

A.D. Significa che da gennaio 2023 è operativa la divisione DG Beauty, in questa nuova, suggestiva sede, nel monastero delle Benedettine di via Kramer, vicino al nostro headquarter. In pratica, non ci affidiamo più ai licenziatari. La prospettiva è ancora una volta la filiera italiana. Prima di tutto per i partner con cui abbiamo aperto i tavoli di lavoro: Intercos per lo sviluppo del make up; Cosmint, una società figlia di Intercos, e ICR di Roberto Martone per i profumi; infine arriverà anche lo skin care. Ma, ancora una volta, stiamo dialogando con tutta la piccola filiera della bellezza, in cui Milano e la Lombardia hanno grandi eccellenze.

G. Per un marchio di moda quanto è importante il Beauty? Si dice che sia la gallina dalle uova d’oro…

A.D. Il primo ritorno finanziario deriva da un maggior controllo della comunicazione e quindi una maggiore coerenza nel dialogo con il consumatore. Poi permette di allargare la base dei clienti, in termini di numeri e di mercati, perché l’entry price del settore va dai 25 ai 150 euro e i paesi coinvolti sono 150. Solo in un secondo momento penseremo agli utili che il beauty assicura: questa è una start up a tutti gli effetti, che richiede grandi investimenti, con rientri in 5/7 anni. E poi anche nel Beauty vogliamo progressivamente salire.

G. Alta profumeria, su misura?

A.D. Perché no, abbiamo già fragranze che superano i 300 euro, ma stiamo già facendo progetti oltre.

La campagna pubblicitaria della nuova fragranza Dolce&Gabbana.

G. Nel 2024 avrete il vostro primo bilancio sostenibilità…

A.D. Se leggiamo la storia del marchio e il modo in cui ha lavorato sui prodotti, Made in Italy, artigianalità, materie prime, riscontriamo che concetto sostenibilità è da sempre in azienda. Tant’è vero che, quando abbiamo iniziato un percorso strutturato sulla tracciabilità affiancati da una società di consulenza internazionale, abbiamo avuto il piacere di sentirci dire “ma voi siete già abbastanza sostenibili”. Mettere a terra e ufficializzare ciò che siamo, migliorandoci dove necessario, significa diventare più consapevoli e trasparenti. Inoltre, nuovi progetti come la Casa e il Beauty, nascono già eticamente sostenibili.

G. Il bilancio sostenibilità potrebbe essere in funzione di una quotazione?

A.D. Di certo l’azienda e il marchio hanno il piacere dell’indipendenza, ma non si esclude mai nulla. Stiamo lavorando a una successione naturale, che parta dai fondatori verso un nuovo modello di manager imprenditori o verso un’apertura di capitali che permetta di mantenere da una parte la libertà creativa di Domenico e Stefano dall’altra i valori etici aziendali.

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Un modello durante la sfilata primavera-estate 2023.

G. Come innescate questo percorso?

A.D. Lavoro personalmente sul capitale umano, a tutti i livelli. L’obiettivo è una successione di mestiere, considerando che per me il mestiere è la sintesi di coerenza con i valori etici aziendali e competenze professionali. Questa è la mia grande scommessa oggi, infondere il mestiere a ogni livello, partendo dai ragazzi delle scuole, fino ai creativi e ai top manager; senza tralasciare i mestieri di snodo, che io chiamo sottobosco, perché spesso ci trovo le fragoline migliori, le persone che, per esempio, assicurano il passaggio fra creatività e produzione. A volte queste professionalità intermedie sono più fondamentali di un top manager per assicurare la continuità aziendale.

G. A proposito di valori e di etica, ha anche attivato un’iniziativa bellissima con i bambini delle elementari…

A.D. Con Scuola Olga Fiorini abbiamo creato due classi di bambini, figli di dipendenti, in cui abbiamo riallestito l’ambiente e la linea produttiva in cui lavorano i genitori. È stato un successo: guidati dalle maestre e dai nostri artigiani, hanno visto tutta la linea produttiva e la ricostruzione dell’ambiente dove lavorano i genitori. Conoscenza e consapevolezza accrescono il valore di un prodotto.

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Un paio di stivali fatti a mano di Dolce&Gabbana.

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