Le sette lune di Shehan Karunatilaka

di Elena Bianco

«Quando nel 2017 il Booker Prize fu assegnato a un racconto di fantasmi ho pensato: ecco è successo, ormai nessuno ci riuscirà più»: a parlare è Shehan Karunatilaka, 48 anni, srilankese e vincitore del Booker Prize 2022, contro le sue previsioni proprio con una storia di fantasmi.

gentleman protagonisti Shehan Karunatilaka vincitore del Booker Prize Copertina libro

Lo incontriamo al Circolo dei Lettori di Torino per parlare de Le sette lune di Maali Almeida (Fazi Editore), il romanzo con cui ha vinto, oggi in traduzione in più di trenta Paesi. Sorride, cifra distintiva del suo Paese perché, dice, «io lavoro nella comunicazione come copywriter e mi è capitato di scrivere brochure turistiche sullo Sri Lanka e sul sorriso accogliente dei suoi abitanti. Ma il sorriso può essere un’arma di difesa, e così anche lo humor. Il mio primo romanzo, Chinaman (ndr: vincitore del Commonwealth Book Prize), parlava di un uomo che beve fino a morire: senza humor sarebbe stato pesante».

E qui entriamo nel merito del romanzo con cui questo signore coltissimo nato a Galle città patrimonio Unesco, ma cresciuto nell’upper class di Colombo, ha ricevuto un riconoscimento di tal prestigio dalle mani della Regina Camilla (sotto). Prima di lui in Sri Lanka ci era riuscito solo Michael Ondaatje con Il paziente inglese.

Il vegano fallito

 

Karunatilaka è un uomo divertente e conciliante, un vegano fallito, dice affrontando una tartare accompagnata da un bicchiere di vino rosso. Ma soprattutto è poliedrico: scrittore, giornalista, pubblicitario, musicista, ha vissuto a Londra Amsterdam, Singapore, Nuova Zelanda.

«Come me, lo Sri Lanka ha tante anime. Una maggioranza singalese buddhista, poi tamil induisti, mori mussulmani e burgher cristiani di origine portoghese, olandese, inglese», spiega. «Nella vita quotidiana, quando lavoriamo o tifiamo per la nazionale di cricket siamo uniti, ma le cose cambiano quando si parla di politica».

Il romanzo

La guerra civile, durata 26 anni e finita nel 2009, è lo sfondo de Le sette lune di Maali Almeida, che è un romanzo polimorfo. È un mix di detection, una storia storico/politica, gotica, satirica, umoristica: inutile sottolineare che molti di questi generi sarebbero antitetici. Sarebbero. Perché questo libro ha un pregio rarissimo che lo pone in un empireo di pochi: saper cucire a punti molto stretti temi diversi con il filo dell’ironia, rendendo la trama un flusso che scorre veloce, nell’arco, appunto, di sette lune (cioè sette giorni).

Sette giorni per risolvere un omicidio

Questo è, infatti, il tempo concesso al protagonista, Maali Almeida, per risolvere un omicidio: il suo. Nelle prime strepitose righe del romanzo Maali, in vita ateo dichiarato, dice: “Ti svegli con la risposta alla domanda che fanno tutti. La risposta è Sì” (domanda sottintesa: esiste l’aldilà?). Attacco degno dei più geniali, ad esempio del Rushdie de I versi satanici. Questo straordinario fantasma/detective, investigatore e vittima insieme, indaga come un Marlowe chandleriano in una Colombo davvero hardboiled, cupa e popolata di demoni come la Mosca di Bulgakov.

Nel 1990, infatti, il Paese è infuocato dalla guerra civile fra le Tigri Tamil, gruppo separatista che vuole creare uno stato indipendente nel nord e la maggioranza singalese al Governo. Nei teatri di guerra Maali da vivo è stato un fixer e un fotografo; a Colombo, “bolla” di falsa tranquillità, invece, è giocatore d’azzardo, gran bevitore e “puttana”, come lo definisce il suo autore.

Più che altro è un gay che, per dimenticare gli orrori che fotografa, passa da un uomo all’altro, nonostante abbia una casa dove l’attendono i suoi due amori. Quello carnale e proibito nello Sri Lanka omofobo dell’epoca, per DD, il “10 perfetto”, bellissimo figlio dell’unico ministro tamil del governo; e poi Jaki, esuberante amica copertura, che pur amandolo si accontenta di accompagnarlo in giro fingendosi la sua fidanzata.

Stile di scrittura

Lo stile di scrittura di Shehan Karunatilaka, vincitore del Booker Prize, è originalissimo, e forse è per questo che Karunatilaka rifiuta elegantemente, ma fermamente, i maestri a cui è stato paragonato: il realismo magico di Rushdie o di Marquez. Accetta e ama citare in una sorta di fratellanza spirituale solo quello che chiama “lo zio Kurt”, cioè il Kurt Vonnegut di “Mattatoio n° 5”.

In effetti la narrazione di Maali che si risveglia dal suo omicidio in un aldilà più simile alla sala d’aspetto di un brutto ospedale che al Paradiso (o all’inferno), ha la forza di un eloquio scarno, ironico, privo di sense of wonder. Non c’è l’enfasi che facilmente potrebbero suscitare i suoi compagni trapassati, con occhiaie da zombie, camici ospedalieri, corpi smembrati.

La ghost story

La scena surreale di tanti defunti– uccisi in guerra, suicidi, ecc – in coda ad uno sportello che protestano come in un ufficio postale, è l’incipit di una feroce critica della bestialità dei vivi. Karunatilaka sembra conoscere queste anime molto bene: «Da tanto volevo scrivere una ghost story e ho scelto di far parlare i morti della guerra civile piuttosto che quelli dello tsunami del 2004 perché, contrariamente ad un evento naturale, la guerra è stata causata dagli uomini. La mia generazione pensava che non sarebbe mai finita e per molti anni dopo la conclusione non si seppe nulla delle atrocità e delle colpe», racconta.

«Ecco, i miei morti sono le vittime senza giustizia. Il titolo inizialmente doveva essere Chats with the deaths, tanto che all’interno della trama gialla mi sono fatto affascinare da questi spiriti che parlano e filosofeggiano. Sono convinto che lo facciano davvero, che sussurrino all’orecchio degli srilankesi; io stesso, recandomi nelle foreste dove sono avvenuti i massacri li ho sentiti: sono la nostra coscienza e ci costringono a fare i conti con il nostro difficile passato».

Non abbiate paura dei demoni

gentleman protagonisti Shehan Karunatilaka vincitore del Booker Prize Karunatilaka 2

Un’esperienza terrificante? Assolutamente no, se Karunatilaka fa dire a Maali “non abbiate paura dei demoni; sono i vivi che dovremmo temere. Gli orrori umani battono qualunque cosa Hollywood o l’aldilà siano capaci di evocare”. E poi basta guardare lui, Shehan, che sorridendo mette in luce il lato comico di Maali, scomodo cadavere gay, fatto a pezzi da due improbabili becchini, incerto se seguire la Luce e dimenticare tutto oppure restare sulla terra senza pace a ricordare.

Il vincitore del Booker Prize Shehan Karunatilaka sa ridere anche di sé, quando gli chiedo della sua giornata da scrittore di successo. Guarda la bellissima moglie Eranga, designer affermata, e dice: «Inizia prima dell’alba e finisce dopo poche ore, alle otto, quando si svegliano i miei due bambini». Poi cita lo Zio Kurt (Vonnegut): «Quando sarete felici fateci caso».

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